Jeff Buckley e la stirpe dei Kurt Cobain

jeff buckely

Jeff aveva sette anni quando sentì per la prima volta l’ignota voce di suo padre. Proveniva da un disco che sua madre stava suonando per lui quel pomeriggio


Per ogni suono che viene dal trambusto vicino, è solo la brezza
(From every sound along that rushes near, it’s just the breeze)
“Chase the Blues Away”, Tim Buckley, 1969


1966-1997

jeff buckely

Il racconto, intrinseco di rabbia e d’amarezza, ci arriva da un inedito Penn Badgley nel film “Greetings from Tim Buckley”, di Daniel Algrant. La pellicola si srotola senza incepparsi, riesce ad essere commovente e convincente pur nel suo linguaggio cinematografico e gli attori, Penn per Jeff e Ben Rosenfield per Tim, disegnano fedelmente i drammi interiori dei due protagonisti, scanditi più da una cornice fatta da silenzi che d’ammissioni e che ben si amalgama alla reale personalità dei due artisti. Sono proprio questi silenzi a parlare allo spettatore, lasciandone intendere i profondi travagli interiori determinati da rimpianti e rimorsi, a cui l’infausto fato non avrebbe dato il tempo di riparare.

Non sappiamo se effettivamente Jeff abbia sentito per la prima volta la voce di papà Tim attraverso un vinile, ma immaginiamo, per un’istante, che possa essere vero e confrontiamolo con ciò che sappiamo invece essere realmente tale. E se è vero che la realtà supera  la fantasia, la storia di Tim e Jeff è degna di un romanzo.

jeff buckley

Jeff Buckley

Sappiamo che quel padre era un certo Tim Buckley, celebre musicista, compositore geniale, folk singer “una spanna sopra Dylan” che tra gli anni sessanta e settanta sfornò pezzi d’avanguardia, se non addirittura interi album, che entrarono a pieno titolo come pietre miliari  nella storia del rock.

Buckley Sr., nella sua vita aveva fatto visita al figlio soltanto due volte e soltanto in uno di quei due episodi, Jeff era stato consapevole che quell’estraneo che gli si stava presentando era suo padre.

Successe nel 1975 e Tim sarebbe morto d’overdose quello stesso anno.

Nel 1991, il destino, che per i Buckley provò sempre una certa passione, tornò da Jeff sotto le sembianze di Hal Willner: New York, lo informò, stava preparando un evento, un concerto tributo a Tim Buckley e Jeff, non solo era invitato a prenderne parte in qualità di parente, ma era convocato, in qualità di musicista, per l’esibizione commemorativa che prevedeva l’esecuzione di brani estrapolati dal largo repertorio di Buckley Sr. affinché il “figliolo” ne potesse celebrare il ricordo, intonandone qualcuno.

Nel film, la reazione che Jeff ha di fronte a quest’invito è scandita da un’amarissima chiusura.

In verità, in tutte le interviste rilasciate Jeff non fece mai mistero dell’astio provato nei confronti del genitore proprio a causa della sua assenza.

jeffbuckley

Al concerto che si tenne nella chiesa di St. Ann a Brooklyn il 26 aprile 1991, in onore del padre Tim scomparso ormai da quindici anni,  Jeff alla fine partecipò e tale evento determinò anche la sua prima apparizione in pubblico.

L’esperienza gli rivelò quanto fossero simili e ciò produsse in lui una rabbia tale che non gli permise mai, né di ammetterne il talento, né di riconoscere quanto quel padre, dotato delle sue stesse inclinazioni artistiche, gli somigliasse. Scoperta che per Buckley Junior fu (a detta di molti) mostruosa e inaccettabile.

Possiamo quindi solo intuire il groviglio di sentimenti che lo attanagliò in quei giorni. Tuttavia stiamo parlando di un maestro d’arte e quando si è tale, si posseggono anche doti da vero professionista: il concerto si rivelò un successo e Jeff ricevette splendide recensioni. Quella performance, che pareva quasi una beffa, decise di fatto l’inizio della sua carriera.

Tre anni dopo nacque “Grace”, l’album che lo consacrò,jeff buckley considerato uno dei dischi più belli della storia del rock, dei più importanti degli anni novanta e il solo che avrebbe mai inciso in studio. Perchè pochi anni dopo, nel 1997, quel ragazzo annegherà nel Wolf River, un emissario del Mississipi, terra del Blues.
31 anni soltanto, appena quattro in più del padre quando questi morì.

Ad onor di cronaca, l’autopsia non rivelò segni di intossicazione alcuna. Pare che il “nostro”, contrariamente alla favola dei belli e dannati, non fosse dedito al consumo di alcool o droghe. Pare invece che fosse affetto da un disturbo bipolare. Ma chi può saperlo veramente? Il disturbo bipolare esiste, ma sembra che al giorno d’oggi sia frequente definire come tale ciò che è in realtà un male dell’anima. Un po’ come quando agli inizi del novecento si fosse solito definire questo stesso male, utilizzando il termine “schizofrenia”.

Ma se Tim era stato un genio della composizione e un maestro della tecnica, qual’era la particolarità di suo figlio Jeff? Con un solo album divenne ancora più famoso del padre. Perché?

Jeff possedeva un dono unico come pochi altri.

Mirko Ruckles su Lone Star, fanzine italiana dedicata all’artista, ne illustra bene le eccezionalità:

jeff buckley“Jeff aveva una voce eterea e un’incredibile estensione vocale. Nel mondo dell’opera, è usato il termine “leggero” o “tenore di grazia”, ovvero, era un tenore in grado di cantare in falsetto.

L’estensione della voce umana è compresa nel limite di circa quattro ottave, precisamente essa va dalle note sotto il rigo della chiave di basso, alle note sopra il rigo della chiave di violino. Entro questi limiti si stabiliscono le tessiture della voce, che variano a seconda egli individui e del sesso. Per tessitura s’intende quella parte dell’estensione vocale generale che più s’addice a ciascun cantante. In base a ciò la voce umana viene a distinguersi in -voci di basso- (voce grave), baritono (voce media), tenore (voce acuta), per gli uomini (contralti, mezzosoprani e soprani per le donne).

Si può misurare l’estensione vocale di un tenore partendo dal DO centrale al FA acuto, in chiave di basso.

La voce di Jeff Buckley sconfinava questi limiti, estendendosi lungo tre ottave e mezza”.

“Oltretutto, in modo completamente naturale sapeva unire magistralmente i suoi differenti registri vocali: la voce che proveniva dal suo torace (voce di gola) e la “Head Voice”, erano perfettamente integrate. La sua capacità di oscillare tra il falsetto e la “Head Voice” è qualcosa di invidiato tra molti cantanti, in quanto nel mondo del rock questo tipo di maestria vocale è molto rara (Thom Yorke dei Radiohead ne è un altro particolare esempio).

Era un tenore che senza saperlo, possedeva tutta la gamma di Pavarotti.”.

Ma se ci sono note  difficili da raggiungere persino per un tenore, questo non valeva per  Jeff. Vediamo come:

“Per esempio, in So Real intona un MI acuto e poi sale fino a un FA diesis acuto. E’ una nota molto alta persino per un tenore, e non è in falsetto. Il falsetto è piuttosto semplice da fare per la maggior parte delle voci maschili. In “Head Voice” coordinata, (voce a suono pieno), è molto difficile da ottenere (o per lo meno, da raggiungere), ad una tale altezza d’intonazione!jeffbuckley

La Head Voice di Jeff (che non è falsetto) era davvero unica.”

Invito gli appassionati a leggere l’intero pezzo di Ruckles il cui riferimento è inserito nella bibliografia.

Ma proseguiamo:

“La sua voce era senza dubbio straordinaria e la tecnica di controllo del respiro eccezionale.
Era un maestro nell’usare la voce come fosse uno strumento e nell’arricchirla d’emozione, cosa che raramente qualcuno di così giovane riesce a fare.
Maestria tecnica unita ad una sincera passione: queste due abilità sono inutili se una delle due manca e la maggior parte delle persone riesce difficilmente a possederne una.
Jeff le possedeva entrambe”.

Tim, a differenza di Jeff, era un meraviglioso cantautore. Jeff un’ incredibile interprete in grado di trasmutare l’essenza in vibrato rendendo possibile la voce degli angeli qui sulla Terra. Tim, poeta e chitarrista, allo stesso modo traduceva in musica quella stessa essenza. Padre e figlio.

jeff buckleyL’eterea voce, la profonda sensibilità, la malinconia dello sguardo e il romanzo della sua vita annoveravano naturalmente Jeff Buckley tra le personalità bohémienne circondate dal tipico esprit decandent, ma sul palco, lasciava intravedere bene il carisma del rocker.

E se molti amano ricordarne il lato quasi “ultraterreno”, bisogna invece ben considerarne le passioni e i sentimenti che facevano di lui  un essere del tutto umano: sapeva essere ambizioso, sapeva indossare la baldanza, conosceva bene la leggerezza così come l’ira.

Gary Lucas, co-creatore di Grace, immenso e stimato chitarrista che vanta collaborazioni con musicisti dal calibro di Lou Reed, Iggy Pop, Nick Cave, Patti Smith, Bryan Ferry, John Cale, John Zorn, Chris Cornell etc., troppo poco conosciuto in Italia se non tra i “fanatici” e che la Columbia Records ha praticamente celato nell’ombra per quanto concerne il contributo fondamentale espresso in Grace (il riff di chitarra che sentite all’inizio dell’omonimo brano è il suo), ne fa un ritratto sinceramente terreno che lascia intendere tutte le difficoltà di relazione del caso:

Jeff e Gary

Jeff e Gary

“Jeff a modo suo era un punk, che si contrapponeva sempre contro le figure autoritarie, e credo che come musicista quale ero nel suo pantheon, potevo rappresentare una di queste figure, specialmente una figura paterna che doveva essere umiliata e a cui andavano voltate le spalle (a parte quando aveva bisogno di me!)”.

Il picco creativo raggiunto da Jeff e Gary è altissimo. Possiamo dire, senza sbagliare, che la loro è stata una vera comunione artistica e l’album che ne deriva ne è testimone.

L’atmosfera che determina Grace, nefasta e allo stesso tempo gloriosa, trascina l’ascoltatore in un turbine di oscillazioni che lo elevano e lo sotterrano, violente e sublimi, ineluttabili e sconvolgenti. Voce e melodia sono perfettamente sinergiche, evocative, contengono disperazione e santificazione, diventano un tripudio delle passione umane che si esprimono nella catarsi spirituale finale.

Un capolavoro.

jeff buckley

“La grazia? È quella cosa che ti trattiene dal raggiungere una pistola troppo in fretta, ti trattiene dal distruggere le cose troppo in fretta”, Jeff Buckley.

Quest’album, che lo rese immortale, fu prodotto da Andy Wallace, lo stesso che produsse l’indimenticabile Nevermind dei Nirvana. A tal proposito, il vecchio Andy ricorda:

“Intuii subito che Jeff apparteneva alla stirpe dei Kurt Cobain, quello un demonio, questo un angelo, ma che provenivano entrambi, dalla stessa ‘zona’ ”.

(per dare un senso a quest’articolo, è fondamentale leggere dopo  Lo studio matto e disperatissimo di Tim Buckley)


Ascolta

“Grace”, Grace, Jeff Buckley, 1994

“Lilac Wine”, Grace, Jeff Buckley, 1994, Nina Simone cover

“Forget Her”, Jeff Buckley, 1994 (inclusa in “Grace” nelle edizione postume)

“Dream Brother”, Grace, Jeff Buckley, 1994

Je n’est connais pas la fin, Live at Sin-é , Jeff Buckley, 1992, Edith Piaf cover


Leggi

“Dream Brother” Vita e Musica di Jeff e Tim Buckley, David Browne, 2001

dreambrother


Guarda

“Greetings from Tim Buckley”, Daniel Algrant, 2012

Greetings-From-Tim-Buckley


Bibliografia:

“Stile ed estensione vocale di Jeff Buckley”, Lone Star, Mirko Ruckles, traduzione a cura di Stefania Romeo
http://www.lonox.it/jeff/voce.htm

Touched by Grace – Intervista con Gary Lucas, All Rock
http://www.allrock.it/rubriche/bangs/touched-by-grace-intervista-con-gary-lucas.html

Jeff Buckley, la voce degli angeli, by Giuseppe Mameli e Giovanni Maria Sini
http://www.ondarock.it/songwriter/jeffbuckley.htm

La voce degli angeli, by Salvatore Setola
http://www.ondarock.it/pietremiliari/buckley_grace.htm

Jeff Buckley by Federico Gugliemi, articoli tratti da Audio Review n.149 del maggio 1995 e Rumore n.39 dell’aprile 1995
https://lultimathule.wordpress.com/2013/02/01/jeff-buckley/

Edith Piaff: Je ne regrette rien tratto da Les Inrockptibles, 28 giugno 1995
http://www.lonox.it/jeff/influenze/edithpiaf.htm

Jeff Buckley: il mistero terribile dell’acqua, by Ezio Guaitamacchi, XL, 10 aprile 2013
http://xl.repubblica.it/articoli/jeff-buckley-il-terribile-mistero-dellacqua/7057/

Jeff Buckley, l’uomo che ha assistito al suo funerale, by Jacopo Jacoboni, La Stampa, 19 agosto 2011
http://www.lastampa.it/2011/08/19/spettacoli/jeff-buckley-l-uomo-che-ha-assistitoal-suo-funerale-haHVG0jmEH3iz7SmyhqJOM/pagina.html

La grazia di “Grace”, l’album che rese immortale Jeff Buckley, Carmine Saviano, Repubblica
http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2014/08/22/news/la_grazia_di_grace_l_album_che_rese_immortale_jeff_buckley-93962576/

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