L’Odio

front

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene”. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.


“Dall’Odio non si torna”.


1995, Francia

Matthieu Kassovitz

Matthieu Kassovitz

L’Odio è la parola fra le virgole. L’Odio è la voragine che inghiotte. L’Odio è la virtù maledetta di una giornata vuota. Ed è la giornata vuota di Hubert, Vinz e Saïd quella mostrata dal ventottenne autore e direttore di regia Mathieu Kassovitz, alla sua seconda prova dietro la cinepresa.
Violenta, cruda e terribile, la pellicola in bianco e nero s’aggiudica il premio per la miglior regia al XLVIII° Festival di Cannes diventando un resoconto fedele del  male oscuro in cui imperversava la periferia parigina a metà degli anni 90. Periferia che altro non è che una distesa di palazzi, cemento e strade diversificate solo per il nome che le identificano, monotone e sempre uguali nel loro susseguirsi di quartieri dormitorio dove non sono contemplati altri luoghi di aggregazione al di fuori dei vicoli e delle panchine. In quartieri come questi si cresce in strada. Ed è qui che crescono Hubert, Vinz e Saïd . Oggi come allora queste città satellite esistono e appaiono immutate tanto in Francia quanto in Italia.lodio
In quei luoghi lo spirito viene inghiottito nella dimensione d’isolamento che aleggia, oscura e deforme come una nube invisibile, su queste dimensioni che non sembrano appartenere a nessun luogo: tempo sospeso in giornate immobili.  E così  che comincia l’Odio. E che iniziano anche le “divisioni” tra il Rosso e il Nero, tra il proletario e il borghese e a Parigi come a Milano, c’è sempre qualcuno da odiare.

Sono luoghi in cui si perde la fiducia per le istituzioni, dove lo Stato e le autorità diventano il nemico da combattere quasi fosse l’unica possibilità d’affrancamento a un destino che altrimenti non lascerebbe spazio.

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Vinz (Vincent Cassel)

E infatti in questi quartieri è proprio lo spazio, quello fisico, ad essere ristretto da abitazioni troppo vicine, troppo alte, ammassate le une alle altre nel succedersi implacabile di architetture grigie, spigolose, soffocanti, che sembrano influenzare anche il carattere delle persone che vi abitano producendo umori scontenti, silenzio, claustrofobia e agitazione. Per sentire di essere parte del mondo nasce l’esigenza di “fare gruppo” e per provare di avere una volontà propria, il gruppo si deve anteporre contro un altro gruppo. S’inventa uno slang che sia identificativo e nel caso della pellicola è il verlan,  modo di parlare tipico di quei sobborghi,  in cui le parole vengono sillabate all’inverso e che ha reso il film di difficile lettura persino ai francesi. Ma così doveva essere. Perché quel mondo è davvero di difficile lettura.

le monde

Allo stesso modo e in quegli stessi anni, a Milano in zona Lambrate  i ragazzi parlavano il riocontra (n.d.r. il “contrario”) che funzionava, come si evince dal termine, allo stesso modo. E ci facevano pezzi in freestyle di senso compiuto.

Il regista riprende dunque le ventiquattro ore che si intercorrono dagli scontri tra polizia e ragazzi di strada, che avvengono in questa periferia parigina che sembra tanto lontana, ma che così non è. Che è  G8 e sessantotto, che è qui come altrove, come allora, come sempre.

Saïd (Saïd Taghmaoui)

Saïd (Saïd Taghmaoui)

Mathieu parte da un fatto di cronaca realmente accaduto in cui un ragazzo, un certo Mokomé, muore ammazzato da alcuni poliziotti. Nella pellicola Mokomé diventa “l’amico” di Vinz, Hubert e Saïd e noi ne vediamo le reazioni.

Durante gli scontri Vinz trova per caso la pistola di un poliziotto. E senza pensarci la raccoglie e la nasconde. Hubert invece subisce dei danni irreversibili alla palestra di pugilato che aveva allestito per “darsi un’alternativa”. Saïd è il terzo, quello che non sa stare da solo, che non riesce a decidere, il collante fra i due che non condivide il modo di fare di Vinz, ma che non riesce a guardare oltre come Hubert. E seppur  l’insensatezza delle giornate li appiattisca, i ragazzi dalla personalità robusta e ben definita, riescono a risultare comunque vitali.

Hubert (Hubert Kounde)

Hubert (Hubert Kounde)

E’ significativo che  il regista scelga di mostrare l’orario della giornata in cui si svolge ogni scena quasi a voler sottolineare la sensazione del tempo che non passa e del nulla che accade. Nulla che in realtà è ricco d’avvenimenti che non possono fare altro che aggravarsi giusto per dare un senso alla frase: “c’è un uomo che precipita da cinquanta piani”. Perché è questo l’Odio: la voragine che inghiottirà e che mangerà vivi i tre ragazzi.

E se Vinz con quella sua pistola vuole vendetta, Hubert invece desidera una chance.
E se Vinz subirà un’evoluzione, Hubert la pagherà. E l’epilogo sarà tragico, quasi a voler veicolare il messaggio che in certe questioni, in certi luoghi, non esiste un modo diverso di concludere le cose.

vabien

Kassovitz  (di cui ricordiamo “Les Rivières Pourpres”-I Fiumi di Porpora ) prova a dare “una spiegazione alla catena d’odio reciproco tra le forze dell’ordine e i giovani dei ghetti. Un meccanismo che sembra impossibile interrompere e che porta un ragazzo qualunque a cominciare una giornata con un’arma addosso. E alla fine non c’è scelta: finirà ammazzato o sarà lui ad ammazzare”.

 

 

 

 

 


Soundtrack dell’Articolo

“The Nobodies”, Holy Wood, Marilyn Manson, 2000


Ascolta (dalla soundtrack)

“La Haine”, Métisse,
(bande originel du film), 1995

Metisse_from

“La Haine”
(musiques inspirées du film), 1995

musique inspiré du film

 


Guarda

"La Haine", Mathiew Kassovitz, 1995

Mathieu Kassovitz, 1995


Bibliografia:

Parigi nel ghetto: l’Odio brucia, by Maria Pia Fusco, La Repubblica, 20-09-1995
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/09/20/parigi-nel-ghetto-odio-brucia.html

“La Haine”
http://www.imdb.com/title/tt0113247/awards?ref_=tt_awd

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