I caratteri dei 4 Doors

Si è detto di tutto, ma c’è un fatto carino e poco noto che la dice lunghissima.
Ora, che a una certa il vecchio Jim fosse diventato una mina vagante è risaputo, risapute le ragioni, le dinamiche, tutto quanto.

Quello che invece si mette poco in luce e che a me è piaciuto talmente tanto dal volerlo illuminare, è come il gruppo reagisse al comportamento imprevedibile di Jim. 

Intanto tra palco, privato e sala prove le difficoltà erano le stesse, ma con una variante cosi’ intuibile che non starò quindi ad indicare.

La forza del live, l’imprevedibilita’, che era la miccia che aveva trasformato tanti concerti dei Doors in eventi leggendari ( seppur così inflazionato, non uso a caso questo termine ), era anche causa di tutte quelle vicende, soprattutto legali, che li coinvolse sul finire degli anni ’70 e che probabilmente accompagnarono Jim Morrison dritto al destino che si era creato suo malgrado.

Durante quei live nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto, nessuno sapeva come avrebbe retto il cantante, che in una band, durante un live, diventa praticamente un’antenna a potenza massima. Per intenderci, trasmette e riceve. Il meccanismo sembra abbracciare in sostanza i principi dello sciamanesimo. Il cantante a tutti gli effetti si fa sciamano, anche se gli effetti sullo stesso e su chi partecipa al rito/concerto variano a seconda della sensibilità del cantante, di captare e restituire e ai partecipanti, di ricevere. Il potere del canto e del suono, di cui facciamo esperienza  nella prima infanzia attraverso il pianto con cui il neonato può di fatto modificare il mondo che lo circonda diventa, in quella fase della vita, la chiave per ottenere gioie e soddisfare bisogni. 

Dai nostri avi, attraverso miti e riti, ci sono state tramandate storie narranti il  potere del canto, che si esprime attraverso il bisogno dell’uomo di congiungersi al soprannaturale che è considerato estensione della propria natura umana. Durante le antiche cerimonie la voce diventava un ponte per raggiungere le divinità. 

Considerando dunque questa visione, che è la stessa abbracciata dai 4, come vivevano tutta sta’ potenza imprevedibile, i Doors?

Intanto Morrison ingurgitava quantità di alcool che con molta ironia definirei “eroiche”. Lasciando perdere le componenti psicologiche del suo vissuto, i traumi e le profondissime ferite personali e concentrandoci invece sul solo aspetto “spirituale/sciamanico”, pare che l’alcool, e le sostanze in generale,  abbiano un effetto di radicamento. Radicano nel piano materiale abbassando le frequenze. Quelle di Jim probabilmente erano altissime e questo, considerando, lo ripeto, il solo aspetto spirituale/sciamanico, poteva in un certo senso aiutarlo a ritornare “sulla terra”, con tutte le conseguenze del caso (distacco emozionale, problemi di relazione, di salute eccetera). Con questo non sto dicendo che bevesse con l’intenzione di radicarsi, quanto piuttosto, che il malessere generale trovasse senz’altro un anestetico nell’alcool e che avendo quest’ultimo anche una connotazione sociale in un certo senso lo scioglieva. E inconsapevolmente l’alterazione dei sensi gli permetteva di sostenere l’impatto che subiva sul palco durante le performance. Aveva trovato, in modo fortuito, un “rimedio” per continuare la sua professione (e forse la sua vita). Una professione, che tra l’altro, non era sicuro di volere (probabilmente, come la sua vita). In parole povere, Morrison i live li viveva malissimo, tanto, dal doversi sfasciare a quel modo per riuscire a “starci”.

Ray Manzarek, praticante di meditazione trascendentale, nato a Chicago, origine polacca e studi classici era il più “ZEN” dei 4 e quando sposo’ Dorothy Aiko Fujikawa, praticamente sposò l’Oriente. Ray Manzarek aveva avuto una buona vita. Si era laureato in Economia scegliendo poi, sostenuto dalla famiglia, di continuare il percorso studiando Cinema alla Ucla di Los Angeles dove conobbe Jim Morrison, studente pure lui. Il percorso di studi di Ray dice molto sulle sue abilità, sulla comunicazione fra i suoi due emisferi cerebrali.  Infatti era capace di gestire con la mano sinistra gli accordi del basso e con la destra quelle dell’organo, che sempre suonato su ottave alte conferì alla band quel tipico suono distintivo. Brillava per self-control e vigilava con gentilezza ed asiatico distacco sul comportamento di Jim senza tradire grandi preoccupazioni. 

Robby Krieger era compagno di meditazione di Ray. Nato a Los Angeles da famiglia ebrea aveva condotto anche lui studi classici. E come Ray aveva avuto una buona vita. La differenza caratteriale con Manzarek la fa il flamenco. Da ragazzino il padre gli regala una Ramirez e le sonorità ispaniche cominceranno ad essere esplorate con grande meraviglia. Spanish Caravan arriva da li’. Scrivera’ pezzi per i Doors, alcuni da Co-autore con Jim. Robby comincio’ a suonare la chitarra elettrica soltanto 8 mesi prima di entrare nei Doors, ma continuò ad usare il pizzicato con dita e unghie  tipico dell’impostazione classica spagnola. A lui l’imprevedibilità di Morrison piaceva, lo divertiva, lo appassionava vedere che cosa avrebbe messo in atto. E se si guardano con attenzione certi live lo si vedra’ pizzicare e sghignazzare più di una volta.

E ultimo, certamente non per importanza, John Densmore. John Densmore la musica se l’era sudata. Aveva conosciuto Robby durante delle sperimentazioni che spaziavano dal Jazz alla musica indiana, che Robby esprimeva attraverso un Sitar.

Da bambino John era stato obbligato a studiare il pianoforte  conscio che ne’ quello strumento ne’ gli studi classici rispecchiassero i suoi desideri.  La prima batteria l’aveva toccata al ginnasio dopo aver passato un intero anno a ripetere tutti gli esercizi fondamentali sui tappetini di gomma così come voleva il suo insegnante. Risparmiò per un altro anno intero i soldi per comprare il suo strumento. Si cimento’ con la musica sinfonica ed in seguito col Jazz. Ma il suo stile coi Doors fu unico, unico al pari di quello di Ray, di Robby e dello stesso Morrison. Allo stesso modo, lo stile di Densmore non era categorizzabile perché  il ritmo della batteria di John seguiva i testi e le parole delle canzoni dei Doors diventando di fatto la seconda voce di Jim Morrison. Per chi di musica ne sa, questo suona come un fatto molto singolare perché per uno strumento da sezione ritmica seguire la voce del cantante è un movimento insolito (almeno per l’epoca). Cosi’ come insolito era il rapporto tra lui e Jim Morrison. A John venne un’ulcera, per le preoccupazioni legate al comportamento di Jim. Aveva eruzioni cutanee e uno stato ansioso pari a quello di Morrison, con la differenza che John manteneva una quieta sobrietà scossa però da tutte queste somatizzazioni psicosomatiche. E a differenza degli altri due, sbroccava spesso contro Jim, il quale si limitava ad accogliere le sue sfuriate con una certa benevolenza.  La relazione aveva molte delle caratteristiche “padre/figlio”. A differenza di Ray e di Robby, i due avevano subito delle imposizioni genitoriali molto forti (nel caso ancora qualcuno non lo sapesse, il padre di James Douglas Morrison era un ammiraglio della marina degli Stati Uniti e un aviatore navale, comandante delle forze navali statunitensi nel Golfo del Tonchino durante l’incidente del Golfo del Tonchino dell’agosto 1964, che ha scatenato un’escalation del coinvolgimento americano nella guerra del Vietnam. Non a caso, Jim anni dopo scappò di casa. E non a caso, anni dopo, durante una conferenza stampa dichiarò che entrambi i genitori erano morti.

Tempo fa vidi un intervista al padre di Jim. Era già anziano e sarebbe morto poco dopo. Non ho visto ombre nei suoi occhi, ma soltanto il grande amore provato per quel figlio che dopo tanto tempo era finalmente riuscito a comprendere).

Apparentemente i più distanti, John e Jim erano invece intimamente legati. Due voci vibranti all’unisono, due caratteri differenti che vivevano l’esposizione pubblica in modo terribile, uno, per timidezza e per l’altissimo carico vibrazionale, l’altro, perché la mancanza di controllo del primo lo faceva sentire profondamente in pericolo. 

Quello che si cela dentro un live, dentro le persone, è pazzesco. Su questa band ce ne sarebbe da dire ancora e ancora. Faccio ricerche sulle vite della gente che mi appassiona da tantissimi anni. Leggo, ascolto, guardo, ma ogni volta che il pensiero va sui Doors qualcosa mi si accende dentro in modo inspiegabile. E non sono velleità da fan.  

Comments are closed.